Alla vigilia delle elezioni europee, non è un segreto che queste non vengano percepite con grande rilevanza nel nostro Paese.

L’affluenza alle urne è storicamente molto bassa (nel 2014 ha votato il 42,61% degli aventi diritto), sintomo della grande distanza che si frappone tra i cittadini comunitari e la grande macchina europea.

Spesso, come mi è capitato di riscontrare tra miei coetanei e non, le persone non capiscono cosa l’Europa sia, da chi sia governata, chi siano le persone che siedono nei grandi palazzi di vetro a Strasburgo e Bruxelles e, connesso a questo, quando c’è qualcosa che apparentemente non funziona, non sanno chi incolpare.

Personalmente non l’ho vista nascere e per questo motivo non posso sapere che cosa sia un’Italia senza Europa, ma la prima immagine che mi appare non appena ci penso è quella di un Paese molto probabilmente alla deriva.

Perché per quanto le persone non sappiano cosa l’Europa sia e cosa in concreto faccia (come appunto gli inglesi che solo poche ore dopo aver votato per la Brexit decisero di informarsi) tante altre sanno bene cosa non vogliono.

Le persone non vogliono non potersi esprimere, non potersi spostare liberamente, non poter sapere, non poter scegliere.

E l’Unione Europea ha lottato affinché questi diritti fondamentali non venissero più strappati dalle mani dei cittadini: perché uno Stato da solo, uno Stato che guarda solo al suo interno, è uno Stato in cui la democrazia vacilla, per quanto forte questo possa essere.

In quest’ottica, i cittadini dei 28 Stati comunitari, muniti solo di carta d’identità, possono spostarsi da uno Stato all’altro, come non stessero passando una frontiera. E ancora, io studentessa universitaria, tramite Erasmus, posso andare in un altro Stato comunitario a proseguire i miei studi e vedermeli riconosciuti.

Oppure, se fossi un imprenditore bresciano, saprei che il 42.1% del valore aggiunto totale della nostra Provincia proviene dall’export, diretto al 63.6% verso gli altri Paesi dell’Unione europea grazie al mercato interno europeo.

Se invece fossi un allevatore e produttore di formaggi della Valle Camonica, saprei anche che l’Unione si occupa di fornire una regolamentazione europea in materia di informazione sugli alimenti e le discipline in materia di denominazione d’origine, essenziali per la tutela dei consumatori ma anche per la tutela dei nostri prodotti unici.

E così altre materie, dal turismo (vedi la bandiera blu di Gardone Riviera) alla cooperazione, dal commercio allo sport.

Questo per dire che l’Europa c’è, fa, si occupa di noi perché noi ci siamo e siamo rappresentati. Esistono persone vere che siedono nei palazzi di vetro e prendono decisioni in Parlamento.

Nel corso di questo mese, ho avuto il grande onore di incontrare alcuni dei nostri candidati, ascoltare le loro proposte e discutere di tematiche di cui non possiamo ignorare l’esistenza: l’immigrazione, i cambiamenti climatici, la disoccupazione giovanile e il ruolo che l’Europa deve avere in contrapposizione a Cina e Stati Uniti.

Tutte queste sfide non possono essere affrontate da nessuno Stato europeo da solo, nemmeno dalla “grande” Germania. E soprattutto, ognuna di queste istanze ci tocca direttamente e per questo è necessario avere in Parlamento qualcuno che ci ascolti e ci rappresenti come cittadini europei.

Abbiamo l’opportunità, ancora per qualche giorno, di informarci e decidere, di capire che la nostra cittadinanza è sì italiana ma anche europea. È escluso, ora più che mai, non prendere parte al voto.

Siamo tutti sulla stessa barca, spagnoli, francesi, tedeschi… siamo un unico demos ad affrontare queste sfide che possono essere vinte, ma non dalle sole Nazioni.

 

Laura Pasinetti
Studentessa di cooperazione e
Youth Ambassador
per ONE Italia, 23 anni

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